Su Bookslut (USA), una delle migliori recensioni che un nostro libro abbia mai avuto

di Jacob Silverman, Bookslut.com, 4 settembre 2009

E' difficile per un romanzo sugli indiani d'America negli anni della rivoluzione americana essere meno che elegiaco. Certo, un libro del genere può essere anche molte altre cose, ma quell'epoca fu particolarmente dura per gli indiani. Le Sei Nazioni della confederazione irochese - la confederazione indiana dominante nelle colonie - furono costrette a una scelta lacerante tra i coloni ribelli e i loro ex-alleati britannici. La guerra mandò in frantumi la confederazione, recidendo un legame che aveva mantenuto la pace per centinaia d'anni. La guerra rivoluzionaria fu tragica per gli irochesi anche perché fu una guerra non voluta, che li obbligò a una scelta di campo e distrusse una relativamente idillica comunità mista di nativi e coloni bianchi che vivevano nella Mohawk Valley, colonia di New York, a est del Lago Ontario.

Il romanzo Manituana porta con fierezza il mantello dell'elegia, e al contempo mette in scena un eccitante dramma avventuroso di popoli in conflitto che combattono per le loro terre. E' un romanzo magnificamente costruito, la cui storia si svolge dal 1775 al 1783 ed è narrata in capitoli brevi e finemente intagliati che richiedono aggettivi come "cinematografico" e "panoramico". Se a volte la narrazione scivola nel melodramma e tende a dipingere i protagonisti indiani come nobili selvaggi, mistici e spirituali, persino quando tenta di rifiutare questo consunto luogo comune, questo è comunque un romanzo molto acuto, che sfida le nozioni correnti e le romanticherie sulla nascita dell'America. [Manituana] scava a fondo in un complicato periodo storico, e porta in superficie un affascinante campionario di dettagli culturali e aneddoti storici.

Manituana ritrae con urgente vitalità figure di spicco di quell'epoca, come Joseph e Mary Brant, probabilmente i due indiani più famosi dei loro tempi, coppia di fratello e sorella alla guida della confederazione irochese. Vi sono anche cameo di molti altri personaggi, maggiori o minori, tra cui il celebre attore inglese David Garrick, re Giorgio III, il generale Ethan Allen, Samuel Kirkland, il generale William Howe, e persino i Mohock, una gang di violenti ammiratori dei Mohawk che terrorizzò Londra e creò scalpore sui giornali. Nessuno di questi personaggi è inessenziale: ciascuno aggiunge elementi e fa sentire che la storia si muove in una vasta matrice interconnessa, favorita da attori che a volte sono ignari del proprio ruolo.

Documentato con grande perizia, conscio del proprio essere erudito ma senza spocchie o didascalismi, Manituana ruota intorno a Joseph Brant, che si eleva da interprete per il Dipartimento Indiano fino a diventare un capo e un comandante della confederazione. Noto anche come Thayendanega, Brant è appoggiato da sua sorella, Molly, veggente e vedova di Sir William Johnson, leggendario Sovrintendente agli Affari Indiani che ispirò un periodo di stretta cooperazione (e a volte matrimoni misti) tra indiani e bianchi sui suoi vasti possedimenti nella colonia di New York. Accanto a Brant c'è Philip Lacroix Ronaterihonte, personaggio spettrale, nato indiano e cresciuto francese, in seguito tornato alle proprie radici, a cui una tragica storia famigliare e l'incomparabile abilità di guerriero hanno imposto il soprannome Le Grand Diable.

Presentare i molti altri personaggi intriganti di questo libro, tanto reali quanto immaginari, richiederebbe troppo tempo. Ad ogni modo, il loro essere a tutto tondo - oltre all'incredibilmente lucida rappresentazione che ne viene data - è prova del talento di questi scrittori. Sì, scrittori: Manituana è opera di Wu Ming, un gruppo d'avanguardia di quattro (fino a poco tempo fa cinque) scrittori che insieme hanno scritto diversi libri. Questo è il loro terzo romanzo tradotto in inglese. Il loro traduttore Shaun Whiteside coglie con abilità il lessico e la sintassi proteiformi, che si modificano seguendo la narrazione nei suoi spostamenti geografici, di focus e di punto di vista.

Le opere di Wu Ming sono esempi perfetti di New Italian Epic (definizione coniata da loro), una tendenza letteraria iniziata nei primi anni '90 che combina innovazioni narrative, rifiuto del distacco ironico, impegno critico nei confronti della storia, e un'attitudine pop che produce opere di fiction complesse e popolari. La loro estetica è caratterizzata da umorismo sardonico e lirismo, come in Manituana, in cui descrizioni multi-sensoriali della natura sfiorano spesso l'animismo. Ma il talento di Wu Ming è molteplice. Si veda ad esempio questo passaggio in cui Philip cammina in una strada di una Londra a lui sconosciuta:
All’improvviso percepì una presenza sotto di sé, trasalì. Un essere mostruoso gli toccava il ginocchio ed emetteva suoni incomprensibili. Era un uomo, o ciò che ne rimaneva. Il tronco poggiava su un piano di legno, spostato su piccole ruote grazie alla spinta delle mani. Uno strato compatto di croste e cenci incolori ricopriva il corpo, a stento si distinguevano occhi, bocca, alcune dita. Philip provò l’istinto di scacciare l’orrore, ma rimase immobile, catturato dall’immensità di tanta bruttura. «La nostra prova terrena». L’essere puzzava e parlava, diceva qualcosa, una nenia oscura, eccetto due parole, «signore», «eccellenza». In fondo alle dita contorte sporgeva un piattino di latta. L’essere chiedeva la carità.

Manituana è il primo capitolo di un annunciato "Trittico Atlantico" che si svolge nel periodo della guerra rivoluzionaria. Dai prossimi volumi ci si attende che rimbalzino da una parte all'altra dell'Atlantico, come Manituana, che si muove da New York al Canada e poi a Londra, per poi tornare indietro. Uno dei punti di forza di questo romanzo è l'indagine critica sulle origini e la liceità della guerra rivoluzionaria - viene data voce anche a un losco gruppo di mercanti londinesi, sostenitori del libero mercato. Vi è anche una provocatoria riflessione su cosa sia un massacro, e se un atto tanto orribile possa mai essere giustificato in difesa del proprio popolo o della propria terra. Dopotutto, Joseph Brant fu spesso chiamato "Monster Brant", ma il libro di Wu Ming esplora con finezza le difficili scelte a cui egli si trovò di fronte, soprattutto quando le milizie ribelli e l'esercito di George Washington puntarono sulla Lunga Casa, la vasta regione che gli irochesi abitavano da secoli.

All'inizio di un capitolo, gli autori inseriscono un ordine del generale Washington al generale Sullivan: "distruzione totale degli insediamenti" nel "territorio indiano", senza "prestare orecchio a nessun tentativo di pacificazione fino alla totale devastazione degli insediamenti". Ovviamente, l'ordine è vero: è il comando che lanciò la Spedizione Sullivan, che distrusse decine di villaggi irochesi e mandò bande di profughi affamati a Fort Niagara. Era la fine della confederazione.

Wu Ming ha ammesso che questo romanzo, scritto tra il 2003 e il 2007, è in parte ispirato dalle mosse dell'amministrazione Bush durante quel periodo. I già citati liberisti possono essere ritenuti corrispettivi delle multinazionali del 21esimo secolo che, avendone l'occasione, sono disposte a usare la guerra per aprire mercati protezionisti. Ma, anche senza gli echi contemporanei - rinvenibili in commenti come "pronunciarsi su tutto, e in special modo su ciò che si ignora, è una delle malattie del nostro tempo" o "non c'era posto per il passato in America" -, Manituana sta in piedi da solo, nella sua lotta con un'epoca difficile, troppo spessa ridotta a miopi storielle patriottiche o slogan sulle tasse.

Nel descrivere uno spettacolo pirotecnico nella residenza del Conte di Warwick, allestito da artificieri italiani, il narratore osserva divertito: "gli Italiani costruivano la propria gloria sull’abbellimento di idee nate altrove, aggiungendo un tocco flamboyant e buffonesco." E' un commento auto-referenziale, e persino auto-sminuitorio, che però fa torto allo splendore del romanzo. Può anche darsi che i quattro Wu Ming abbiano costruito la loro gloria su idee altrui, a volte aggiungendovi un tocco flamboyant, ma quelle idee le hanno fatte proprie, dando loro un tono sublime che, nel cantare una civiltà distrutta, ci sfida a rimettere in questione una narrazione storica sovente data per scontata.

Jacob Silverman

Qui il testo originale inglese.

05.10.09 · in recensioni

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