Le Matricule des Anges (FR) recensisce Manituana

Dal mensile letterario francese, numero 106, settembre 2009.

Valle d'armi*
Magistrale e palpitante, la nuova opera collettiva della banda di Bologna sancisce la resurrezione dell’epica nel romanzo europeo.

I Wu Ming, in pochi anni di attività sulla scena italiana, sono diventati i sostenitori del genere.
Q - per quanto mal recepito in Francia, contrariamente agli altri paesi europei - aveva già dimostrato il loro brio nel dipingere affreschi storici accattivanti e solidi, scritti in una lingua fertile, tonica, che si nutre della potenza originaria dei miti.
Manituana appartiene a questo filone e porta incontestabilmente il marchio di fabbrica del gruppo: rappresentare in maniera accessibile ciò che è complesso, utilizzare “la narrazione come tecnica di lotta”, restituire all’epopea i suoi titoli di nobiltà, risvegliare la forza evocatrice degli archetipi che ci governano - per renderci più consapevoli del mondo nel quale viviamo.
Scritto tra il 2003 e il 2007 - avendo in mente le ricadute dell’11 settembre, le manovre di Bush per giustificare l’invasione dell’Irak, l’intervento in Afghanistan, le torture di Abu Ghraib - questo primo volume di un prossimo trittico atlantico, esplora con raffinatezza l’origine dei mondi che conosciamo, dei miti che sono serviti a forgiarli, e la loro permanenza nel nostro spirito.
E’ dunque all’America che i cinque compari hanno deciso di mirare, quella che senz’altro fu, prima di cristallizzarsi nella sua leggenda pura e dorata.
All’ombra tutelare di Hendrik, gran sachem ricevuto nel 1710 alla corte del Re d’Inghilterra, la nazione irochese tenta di conciliare l’integrità della Lunga Casa e delle sue Sei Nazioni con la lealtà alla Corona, minacciata prima dalla guerra dei Sette Anni contro i francesi, e poi dai “ribelli del Massachusetts”. Eruditi, convertiti ai rituali cristiani, gli indiani Mohawk erano il ponte tra due mondi, quando il meticciato costituiva il pilastro della società nascente. Philip Lacroix, Le Grand Diable, guerriero taciturno e fervente lettore di Shakespeare; Molly, madre della nazione, seconda sposa di Sir William Johnson, Warraghiyagey, Colui che Conduce Grandi Affari, irlandese incaricato dal re delle questioni indigene; Joseph Brant, esperto traduttore, promosso principe nel suo viaggio a Londra, destinato a inchiodare i bianchi alle loro promesse, la giovane Esther, erede dei poteri divinatori di Molly, e Peter, meticcio melomane, tentano tutti, negli otto anni critici tra il 1775 e il 1783, di preservare il mondo “costruito con Hendrick”.
Tra la nostalgia del paradiso perduto, simboleggiata dalla favola di Manituana, il giardino al centro dell’acqua, e le tensioni provocate dalla conquista di terre a ovest degli Appalachi, l’Irochirlanda di sir William, utopia meticcia della quale fa parte il villaggio Mohawk di Canajoharie, si disgrega, con la sparizione delle “leggi intime e non scritte” , per lasciare il posto al formalismo, con le sue rigidità e assurdità, sotto l’egida di Guy Johnson. “Il richiamo all’unità delle Sei Nazioni, stava in equilibrio su un’ordinata catasta di sfumature. L’inglese ne disperse otto su dieci. Quel che rimase convinse i bianchi”
Orrore e compassione percorrono le schiere delle due fazioni, e nessuno si salva dalla propria natura umana - i bianchi “mostri che nemmeno Linneo sarebbe capace di classificare” non sono da meno degli indiani nel commettere barbarie. Ma non è questo il nocciolo del romanzo, quanto piuttosto afferrare meglio le dinamiche che si incrociano e si scontrano, oggi come ieri, e vengono a patti con l’effimero, fonte di ogni equilibrio.
Sotto la penna di questi narratori emeriti, l’entropia della Storia disfa i legami, secondo le traiettorie incrociate di Irochesi, Scozzesi, Irlandesi, Tedeschi, Inglesi, e ci porta dalle foreste e dalle anse della valle del fiume Mohawk, ai bassi fondi e ai salotti londinesi, in un riverbero di linguaggi, giocando coi registri e le sintassi, alternando azioni mozzafiato e ritratti minuziosi di personaggi storici.
Sorretto da una notevole documentazione, resa disponibile sul sito dedicato - i Wu Ming praticano il copyleft e l’opensource - Manituana è un romanzo d’avventura degno di uno Stevenson che decidesse di sancire, con gioia e humor, emozione e lucidità, la fine di ogni separazione tra politica e cultura.
*NdT: gioco di parole tra “Vallée des Armes” e “Vallée de Larmes”, valle di lacrime


30.09.09 · on recensioni