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Manituana in Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti

Rassegna stampa con riflessione, da Giap n.2, X serie, 14 ottobre 2009

Mica ce l'aspettavamo.
Per carità, Manituana era andato bene anche in Italia, però con luci e ombre, amori e rancori.
Da un lato è - di gran lunga - il nostro romanzo più venduto nel primo anno di presenza in libreria (e quello che è arrivato più in alto in classifica: una settimana fu addirittura al quarto posto assoluto!); dall’altro, è il romanzo collettivo con l’indice di gradimento più basso tra i lettori forti che si esprimono in rete (abbiamo preso come campione i commenti su Anobii o su IBS), e anche quello che ha generato più commenti del tipo: “I Wu Ming con me hanno chiuso” etc.
Non abbiamo ancora capito perché, ma certi hanno preso l'uscita di quel libro quasi come un affronto personale.
Attendevamo le uscite all'estero per capire meglio.

Il romanzo è uscito prima in Spagna, con una traduzione eccellente ma poca spinta da parte dell'editore. Ci sono arrivati pochissimi commenti, e il numero delle recensioni è tuttora vicino allo zero.
Pazienza. Ci stavamo già rassegnando a una simile sorte negli altri paesi, ormai pensavamo ad altro, poi...

Poi Manituana è uscito in Francia, tradotto da Serge Quadruppani e... per Toutatis! Nessun nostro libro è mai stato accolto così bene dalla critica, a nessuna latitudine! Decine di recensioni, molte delle quali entusiastiche, quasi imbarazzanti.
I cinesi, quando ricevono complimenti, non rispondono mai "Grazie" (xie xie). Limitarsi ad accettare un complimento sarebbe immodesto, un segno di maleducazione. I cinesi rispondono sempre "Na li, na li", che più o meno corrisponde al nostro "troppo buono". Ecco, la rassegna stampa francese è certamente "troppo buona".

Le Nouvel ObservateurLe Nouvel Observateur ha scritto:
"Il lettore è immerso in una saga sontuosa, dove la poesia è alleata della precisione nei dettagli. [Passando] dal gergo dei malviventi alla lingua sacra dei pellerossa alla bella lingua del XVIII secolo, Wu Ming ci restituisce una musica che miscela cornamusa scozzese e canti magici, per farci sentire meglio, al di là dei dibattiti che ancora oggi ci agitano, l'epopea della nascita di una nazione vista dai perdenti della storia."

eveneIl sito Evene.fr ha scritto:
"La tensione drammatica nasce dalle abili ellissi, o da scene capaci di riassumere in poche pagine una guerra durata lunghi anni. Indiani e occidentali collidono con violenza, e i Wu Ming si incaricano di mostrarlo per mezzo di un'opposizione di stili, mise en abyme formale e culturale dell'incontro tra due mondi. La parte centrale della narrazione, ambientata a Londra, consente invece di rimettere la guerra d'indipendenza americana in una prospettiva più ampia, integrandola in modo sottile dentro la storia globale. Commovente, coinvolgente dall'inizio alla fine, Manituana ha anche più di una risonanza contemporanea, come se nella guerra civile americana si ritrovasse l'origine di tutti gli odierni problemi d'integrazione e mondializzazione."

Le MondeLe Monde ha scritto:
"Manituana, che ibrida e felicemente reinventa romanzo d'avventura e romanzo storico, non ci mostra indiani buoni da una parte e bianchi cattivi dall'altra. La realtà è molto più intricata e complessa, e tutti i personaggi hanno il loro lato in ombra, le loro debolezze, le loro contraddizioni. Nessuno è mai totalmente innocente né esclusivamente colpevole. La legittima battaglia per la libertà e l'indipendenza degli uni può portare alla perdita della libertà e indipendenza degli altri. Ciò rende ancor più forte e straziante quest'epopea tragica che mostra la scomparsa di un mondo e la nascita di un altro."

Le matricule des angesIl mensile letterario Le Matricule des anges ha scritto:
"Sotto la penna di questi narratori emeriti, l’entropia della Storia disfa i legami, secondo le traiettorie incrociate di Irochesi, Scozzesi, Irlandesi, Tedeschi, Inglesi, e ci porta dalle foreste e dalle anse della valle del fiume Mohawk ai bassifondi e ai salotti londinesi, in un riverbero di linguaggi, giocando coi registri e le sintassi, alternando azioni mozzafiato e ritratti minuziosi di personaggi storici [...] Manituana è un romanzo d’avventura degno di uno Stevenson che decidesse di sancire, con gioia e humor, emozione e lucidità, la fine di ogni separazione tra politica e cultura."

Porcozzìo! :-O
Ci sentiamo come Walt Kowalski quando i vicini hmong gli riempiono il patio di doni, fiori, piante, manicaretti vari. "No, hey, no! Please, no more!"
[Poi annusa il contenuto di una teglia e dice: "Ok, ok, portate dentro..."]
Alla data del 13 ottobre 2009, nel web in francese non si riesce a trovare una recensione non diciamo negativa, ma almeno dubbiosa, neanche sui blog. L'accoglienza è unanime:
link Hemisphère Gauche
link Actu du noir
link Journal d'une lectrice
link Livres à lire
link Cafard cosmique

Ci siamo detti: forse 'sti francesi sono un poco esagerati. Tant'è che finora soltanto loro hanno accolto il libro in quel modo. Certo, Serge e le edizioni Métailié hanno lavorato sodo, hanno creduto nell'operazione, si sono spesi fino in fondo. Ma non sempre  questo basta. Dev'esserci qualcosa nell'aria, forse Manituana è arrivato Oltralpe in un momento particolare e ha prodotto risonanze che altrove invece e così via, bla bla bla.

Il vero banco di prova, lo sapevamo, sarebbe stato l'arrivo sul mercato anglosassone.
Ebbene, da pochissimi giorni Verso Books ha pubblicato il libro nel Regno Unito e negli USA, nella traduzione del nostro fido Shaun Whiteside (che già aveva tradotto Q e 54).
Prime reazioni?

The Glasgow HeraldThe Herald (il più grande giornale scozzese) ha dedicato all'uscita uno speciale, con link  lunga intervista a Wu Ming 1. Nell'introduzione, Gordon Darroch ha scritto:
"Se c'è una cosa di cui si può stare sicuri con la Wu Ming Foundation, è che niente sarà come sembra. Il collettivo di scrittura italiano ha una breve ma distinta tradizione di imprevedibilità, convenzioni mandate all'aria e strategie per convincere i lettori a guardare la storia alla moviola e in controcampo. Il loro terzo romanzo Manituana racconta la guerra d'indipendenza americana dalla parte degli sconfitti - le Sei Nazioni irochesi - e impiega tutti gli stratagemmi e congegni narrativi familiari a chi ha letto le opere precedenti: narrazioni confliggenti, false piste, giochi elaborati e opposte propagande. Condito dall'inizio alla fine con uno sguardo neo-marxista che solleva molte più domande che risposte, Manituana è una lettura illuminante, che a volte fa arrabbiare ma è sempre rinvigorente."

BookslutNegli USA, il sito letterario Bookslut ha dedicato a Manituana una delle migliori recensioni mai ricevute da un nostro libro, ecco un estratto:
"Nel descrivere uno spettacolo pirotecnico nella residenza del Conte di Warwick, allestito da artificieri italiani, il narratore osserva divertito: 'Gli Italiani costruivano la propria gloria sull’abbellimento di idee nate altrove, aggiungendo un tocco flamboyant e buffonesco.' E' un commento auto-referenziale, e persino auto-sminuitorio, che però fa torto allo splendore del romanzo. Può anche darsi che i quattro Wu Ming abbiano costruito la loro gloria su idee altrui, a volte aggiungendovi un tocco flamboyant, ma quelle idee le hanno fatte proprie, dando loro un tono sublime che, nel cantare una civiltà distrutta, ci sfida a rimettere in questione una narrazione storica sovente data per scontata."

CounterPunchSempre negli USA, si è occupato di Manituana Ron Jacobs, storico dei movimenti radicali americani (ha scritto degli IWW e dei Weather Underground). Recensendo il libro su CounterPunch (tra gli organi d'informazione più noti e controversi della sinistra americana), Jacobs ha osservato:
"Manituana è un autentico romanzo quartomondista. Schiera i popoli aborigeni contro coloro che sono venuti a colonizzarli. E' la storia delle molte nazioni indigene che esistettero sul continente americano prima che gli europei venissero a distruggerle. E' la storia dell'India e del Raj britannico, ed è la storia del popolo algerino colonizzato dalla repubblica francese. E' anche la storia di Israele e dell'etnicizzazione che ha trasformato la Palestina in uno stato coloniale occidentale. In breve, è la storia di tutti i popoli che hanno visto la loro terra espropriata da un popolo europeo, tanto impegnato a impadronirsene quanto chi ci abitava era impegnato a resistere. E' anche la storia di come i popoli indigeni americani siano stati manipolati dagli europei per i loro fini. Questa situazione la vediamo anche oggi: il conflitto sciiti-sunniti in Iraq e gli scontri tribali in Afghanistan sono solo i primi esempi che vengono in mente. Manituana evoca la pericolosa tracotanza di chi si sente chiamato a dominare il mondo."

[Teniamo conto di una cosa: negli USA, Q e 54 non erano certo stati accolti col tappeto rosso, e avevano avuto vita difficile.]

Tutta questa rassegna stampa link è disponibile qui. Altre recensioni usciranno nei prossimi giorni, su entrambe le sponde dell'Atlantico.

Insomma, che succede? Perché lo stesso libro viene apprezzato a macchia di leopardo in Italia, dopodiché - a parità qualitativa delle traduzioni, che sono tutte ottime - viene ignorato in Spagna, osannato in Francia e infine accolto con grande soddisfazione nel mondo anglo-americano?
Abbiamo pensato che forse Manituana "arriva" meglio e risulta più significativo in contesti post-coloniali, cioè paesi dal passato coloniale recente e/o dal presente imperiale/imperialistico, scene oggi multiculturali (più multiculturali di quella italiana) che con questo passato o presente hanno fatto o stanno facendo i conti. La Francia e la Gran Bretagna post-coloniali, gli USA che cercano di lasciarsi alle spalle gli otto anni di Bush. Un'ipotesi del genere l'aveva già fatta Emanuela Piga in un saggio che sta sul "livello 2" di manituana.com, e ora sembra corroborata dai primi risultati esteri.

Dice: 'mbeh? Anche la Spagna ha un passato coloniale, e pure l'Italia.
Sì, ma il colonialismo spagnolo è un ricordo ottocentesco (Bolivar sconfisse l'impero già negli anni Dieci e Venti del XIX secolo) e forse, più che in Spagna, Manituana sarebbe accolto bene in America latina.
Quanto al colonialismo italiano, quello è stato rimosso, insieme ai suoi orrori, perché gli italiani son brava gente etc. Ben pochi sono interessati a fare i conti con quell'aspetto del nostro passato nazionale.

Per noi questo è un interessante caso di studio. Abbiamo posto il quesito ad alcune persone che hanno studiato il nostro lavoro. Ci hanno dato risposte "di primo acchito", appunti, materiale grezzo e non esaustivo, però già utile per ulteriori riflessioni.
Prima di riportarlo qui, ci teniamo a dire, a scanso d'equivoci, che secondo noi Manituana ha svariati difetti: soffre di squilibri fra le tre parti e alcuni fili non siamo riusciti a riprenderli come avremmo voluto. E' sicuramente un romanzo che può riuscire "pesante" a molte persone.
Quello che ci interessa capire è come mai la percezione cambi così tanto a seconda del contesto. Ad esempio, perché in Francia è risultato pesante a meno gente, anzi, finora praticamente a nessuno di quanti lo hanno commentato?

"Gli italiani sono autoreferenziali quando si tratta della letteratura di casa nostra, per cui va benissimo l’esterofilia quando si deve magnificare la letteratura straniera a discapito della nostra, ma non si perdona che autori italiani si discostino dalle cose nostre per gettare uno sguardo altrove (cosa che viene percepita come disprezzo per l’Italia). Infatti 54 è amatissimo perché ci sono Bologna, il nostro dopoguerra, Fenoglio, tutte le cose più amate. Non perché sia a tutti gli effetti più godibile di Manituana. In sostanza, secondo me si tratta di un pregiudizio, basato su elementi extratestuali. C’è poi da dire che quando l’altrove è l’America saltano tutti i nervi scoperti."
Claudia Boscolo

"In Manituana l'allegoria è più sottile, meno immediata. In questo, certamente, più sperimentale. La dislocazione spazio-temporale unita a un linguaggio stilisticamente più raffinato di quello presente in Q fanno di Manituana un libro più 'amalgamato' e al contempo più complesso. Secondo me molti si aspettavano che Manituana, data la materia trattata, sarebbe stato più… 'muscolare', come Q appunto. In una storia di indiani ci si sarebbe forse aspettati più scuoiamenti e meno violini, più azione e meno racconto. L’allegoria qui bisogna andarsela a cercare come segugi, riga per riga."
Gaia De Pascale

"Nei vostri romanzi precedenti la 'realtà' faceva il suo ingresso in modo talvolta persino rozzo, ma di sicuro immediatamente riconoscibile. Con questo intendo che in me, in quanto lettore modello e non specializzato, sentire che i fascisti (di ieri e di oggi) sono delle merde dà una 'soddisfazione immediata'.
Anche in un romanzo come Q, per esempio, nel momento in cui ponevate una distanza (fosse anche solo quella temporale), non potevate fare a meno di abbatterla. Probabilmente qualsiasi lettore (me compreso) direbbe che Q parla del presente.
Manituana parla del presente? Credo di si, ma lo fa con un tono di voce più delicato.
Questa 'normalizzazione', dovuta soprattutto ad una maggiore organicità della narrazione, può essere considerata un tradimento da chi ha amato, per esempio, Asce di Guerra o 54. Credo che molti lo abbiano preso per una narrazione di genere incapace di “mordere la realtà”. 
Per quanto riguarda l'accoglienza all’estero, credo che i fattori siano molteplici e non tutti di natura letteraria. In Italia voi avete una storia che (forse) è già passata nel simbolico. All’estero (forse) siete ancora le vostre opere."
Dimitri Chimenti

20.10.09 · in novità

<i>Manituana</i> in Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti