Le Monde. Con i Mohawk, la storia dalla parte dei vinti
Recensione del 27 agosto 2009di Fabio Gambaro
Wu Ming ama la storia dei vinti, specialmente le sue pagine meno conosciute. Il sorprendente collettivo italiano (cinque autori nascosti dietro lo pseudonimo cinese che significa “senza nome” oppure “cinque nomi”, a seconda della pronuncia) lo aveva già dimostrato con Q, sorta di polar avventuroso sullo sfondo delle rivolte contadine del 16esimo secolo.
Oggi, Wu Ming conferma questa predilezione pubblicando Manituana, romanzo ricco e rigoglioso, che affronta un momento-chiave della nascita della nazione americana, nella seconda metà del 18esimo secolo, quando i coloni inglesi, dopo aver combattuto contro i francesi, decisero di rendersi indipendenti dalla corona d'inghilterra. Un episodio movimentato, raccontato dal punto di vista degli indiani Mohawk, spiriti liberi e valorosi , che faranno le spese di quella guerra d'indipendenza, perdendo la loro terra. Di fatto, insieme alle altre nazioni irochesi alla frontiera con il Canada, costoro scelsero “la parte sbagliata della storia”, quella dei perdenti, in questo caso gli inglesi rimasti fedeli a re Giorgio III.
A partire da fatti e personaggi reali, e sempre con grande cura del contesto e dei dettagli, i cinque autori di Wu Ming ricorrono a un montaggio molto ben riuscito per evocare con brio gli eventi che, dal 1775 al 1779, portarono la guerra e la distruzione in Manituana, “il giardino del grande spirito”, dove i Mohawk vivevano in pace e avevano persino costruito relazioni feconde coi coloni. Del resto, i protagonisti del romanzo sono sovente personaggi meticci, a cavallo tra due culture e due mondi, come Joseph Brant Thayendanega, l'interprete mohawk che diventa capo di guerra, o Philippe Lacroix Ronaterihonte, guerriero leggendario, ma anche grande lettore di Shakespeare. Senza dimenticare il giovane Peter Johnson, figlio del commissario britannico agli affari indiani, e Molly Brant, indiana dai poteri soprannaturali. Per tentare di salvare la loro terra e la loro libertà, combatteranno con intelligenza e ferocia, ma partiranno anche per l'altra riva dell'Atlantico, a Londra, per far sentire la loro voce al cospetto del re e nella società inglese.
Nelle pagine del collettivo italiano - secondo cui lo scrittore è "un artigiano della narrazione" alle prese coi percorsi collettivi e la rielaborazione dei miti -, la storia non è mai semplice né riducibile a schemi preconcetti. Manituana, che ibrida e felicemente reinventa romanzo d'avventura e romanzo storico, non ci mostra indiani buoni da una parte e bianchi cattivi dall'altra. La realtà è molto più intricata e complessa, e tutti i personaggi hanno il loro lato in ombra, le loro debolezze, le loro contraddizioni. Nessuno è mai totalmente innocente né esclusivamente colpevole. La legittima battaglia per la libertà e l'indipendenza degli uni può portare alla perdita della libertà e indipendenza degli altri. Ciò rende ancor più forte e straziante quest'epopea tragica che mostra la scomparsa di un mondo e la nascita di un altro.
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