Le bestie di Bedlam - di Giuseppe VergaraDal “London Evening Post” del 13 Aprile 1776 |
Dal “London Evening Post” del 13 Aprile 1776 LE BESTIE DI BEDLAM Cinque giorni di follia Certe storie per raccontarle bisogna viverle, non basta essere spettatori, è necessario essere attori, o meglio ancora, protagonisti. Ed è quello che ho fatto per voi, amici lettori. Mi sono addentrato nella tana della follia dove il confine tra uomo ed animale si ritiene sia incerto e labile. Sono entrato al Bethlem Royal Hospital, noto come Bedlam, ma non come fanno certi milord e madame, per partecipare ad una visita scientifica organizzata da qualche portinaio disonesto a caccia di soldi facili. Io ci sono entrato come pazzo! Chi sono e come vivono gli uomini di Bedlam? Sono realmente così pericolosi da essere rinchiusi ed allontanati dalla società? Per capirlo e raccontarlo a voi, affezionati lettori, l’ho provato sulla mia pelle, mi sono finto pazzo e due energumeni mi hanno denudato e sbattuto in una gabbia. Non mi sembrava di entrare in un ospedale ma piuttosto in uno zoo o in una prigione. Non posso rivelare quale espediente ho utilizzato per farmi rinchiudere, lasciatemi mantenere il riserbo su quest’aspetto della vicenda. Ma vi assicuro che questa mancanza nulla toglierà a quanto mi appresto a raccontarvi. Di gente strana ne ho vista nella mia vita, ma mai così tanta e tutta in una volta e io mi ci trovavo in mezzo, nudo e vulnerabile al centro della cella, circondato da folli. Avevo paura e temevo qualche reazione da parte loro. Ma il mio timore si rivelò ben presto infondato, infatti, i pazzi non sembravano curarsi di me standosene, la maggior parte di loro, per conto proprio. Chi camminava velocemente avanti ed indietro, chi oscillava il busto in maniera ossessivamente ripetitiva quasi a scandire il passaggio del tempo. Altri ripetevano lo stesso gesto all’infinito, toccando e ritoccando il muro con la punta delle dita. C’era chi aveva lo sguardo fisso sulle proprie mani impegnate a fare della strane evoluzioni o chi si tappava le orecchie ed emetteva suoni mai uditi prima. I momenti di silenzio si alternavano ad un’accozzaglia di rumori e di parole prive di senso, non sembravano comunicare fra loro ma piuttosto parlare a loro stessi. Mi chiesi se si capivano, se la mente che faceva pronunciare quelle parole gli permetteva di capirne il significato. Dopo un’ora passata ad osservare ogni singolo comportamento e suono iniziavo a stare meglio, la paura era svanita quasi del tutto, non posso dire che mi sentissi completamente al sicuro ma almeno avevo smesso di pentirmi di avere intrapreso una così difficile avventura. Mi avvicinai alla grata della gabbia da dove potevo vedere le altre celle tutte poste ai lati di un’enorme stanza. Vidi uno degli uomini che mi avevano rinchiuso parlare con un dottore, si stavano avvicinando camminando lentamente e continuando a parlare. Mi ritrassi e raggiunsi il centro della cella. Forse avevano scoperto la mia messa in scena e venivano a tirarmi fuori per consegnarmi alla giustizia. Non avevo ancora pensato a quale potesse essere la pena cui rischiavo di andare incontro. Sicuramente non c’erano stati precedenti, l’uomo ruba e uccide non si finge pazzo. In ogni caso poiché le danze erano iniziate dovevo mettermi a ballare anch’io se volevo cavarmela, dovevo fingermi pazzo per non essere scoperto. Ero al centro della gabbia, nessuno vicino a me, imitai l’uomo pendola ed iniziai ad oscillare il busto avanti ed indietro, avanti ed indietro, senza fermarmi, con la coda dell’occhio osservavo i movimenti del folle e cercavo di mantenere il suo tempo. Il dottore entrò nella cella e venne verso di me, mi fissò per qualche secondo e chiese al suo aiutante se ero io quello nuovo mentre, con lo sguardo verso il muro, continuavo nella mia pantomima. Con un bastone iniziò a toccarmi, colpetti leggeri quasi a constatare la mia solidità fisica. Mi sentivo un animale in gabbia ma stavo raggiungendo il mio scopo, provare le condizioni di vita di un malato mentale senza esserlo. Il dottore mi diede un ultimo colpo più forte sulle gambe e poi se ne andò. L’avevo ingannato, mi credeva pazzo, mi misi a ridere e subito dopo gli altri mi imitarono. Una risata generale forte e sinistra, che cresceva come un fiume in piena, riempì di colpo la cella. Smisi di ridere, ma gli altri no, anzi gli animi si eccitavano sempre di più, qualcuno iniziò a correre, altri si abbracciavano, altri ancora sbattevano la testa, chi contro il muro, chi contro la grata della gabbia, sempre continuando a ridere ed ad urlare. La porta della cella si aprì di nuovo ed entrò l’aiutante del dottore con un bastone in mano e si mise a percuotere i più esagitati. Il bastone roteava nell’aria e si scontrava contro nasi, bocche, braccia e gambe di uomini colpevoli di aver riso. Il sangue mi salì alla testa e mentre mi stavo scagliando contro quell’uomo così violento una mano mi fermò. Mi girai e vidi un vecchio che mi sorrideva e mi teneva il braccio, la sua presa era forte, mi fece cenno di seguirlo e mi portò lontano dal tumulto. Mi sentivo in colpa per quello che stava succedendo e non volevo restare immobile e far finta di niente. Il vecchio continuava a sorridermi ma non mollava la presa sembrava capire il mio stato d’animo, voleva difendermi. Poco dopo l’aiutante del dottore smise di bastonare quei poveri cristi e se ne uscì dalla gabbia imprecando e minacciando. Colsi nel dottore, che aveva assistito alla scena dal di fuori, un sogghigno che mi fece accapponare la pelle. Ero rinchiuso da poco più di un’ora e avevo già provato delle emozioni così forti ed intense che stentavo a crederci. Paura, umiliazione, rabbia ed un crescente senso di solidarietà per quelle persone che iniziavo a considerare sempre più uomini e sempre meno bestie. Quando il dottore e il suo aiutante se ne andarono il vecchio mollò la presa e sempre con quel suo sorriso rassicurante fece un cenno di saluto ed andò a sedersi a terra in un angolo della gabbia con lo sguardo fisso perso nel vuoto. Cosa era stato il suo gesto? Un momento di lucidità in una vita da folle? Come mai questa lucidità si era manifestata proprio quando ne avevo bisogno? Se non mi avesse fermato mi sarei scagliato contro l’aiutante del dottore e molto probabilmente mi sarei tradito. So battermi bene e i miei colpi avrebbero reso chiaro il mio stato mentale. Non poteva essere una coincidenza. Forse anche quel vecchio si fingeva pazzo, era un’ipotesi assurda ma l’unica che mi pareva plausibile. Dovevo saperne di più. Mi avvicinai a lui e mi sedetti al suo fianco con la schiena appoggiata al muro, gli parlai, lo toccai, ma fu tutto inutile. Sembravo essere invisibile ai suoi occhi, non si mosse, non parlò, continuò semplicemente a fissare il vuoto senza quel suo sorriso, che più della sua presa, mi aveva convinto, poco prima, a non intervenire. Avevo previsto di restare quattro notti a Bedlam, alla quarta notte sarei stato liberato da amici fidati. Ed anche qui, cari lettori, consentitemi di mantenere il riserbo riguardo ai dettagli di questo piano in quanto non vorrei che fossero coinvolte altre persone oltre a me. Se con la mia sete di sapere e con la volontà di farvi conoscere nuove realtà ho violato qualche legge voglio farne le spese solo io. Ma alla quarta notte gli amici che aspettavo non vennero, li attesi trepidante fino all’alba e poi sfinito mi addormentai. Al mio risveglio la paura dei primi momenti tornò con tutto il suo impeto. Amici lettori, se dopo un’ora di permanenza al Bethlem Royal Hospital avevo provato così tante emozioni, figuratevi cosa provava la mia anima dopo quattro giorni e quattro notti. Avevo visto e vissuto abbastanza ed ora volevo andarmene. In quei giorni ho visto uomini legati e bastonati, nutriti con cibo avariato, umiliati e offesi. La pazzia qui è considerata, più che una malattia, una colpa. Il dottore dice che la cura della follia è la disciplina e il rigore. Non sono un medico e non mi voglio sostituire a loro, ma dopo aver vissuto quest’esperienza penso di poter affermare con assoluta sicurezza che essere pazzo non significa essere un criminale e la detenzione non è il giusto modo di affrontare il problema. Ho visto dottori cimentarsi in esperimenti terapeutici che erano molto più simili a sfoghi di aguzzini sadici che a trattamenti curativi. Ed alla mattina del quinto giorno ne sono stato vittima anch’io. Un gruppo di due dottori e quattro aiutanti mi ha condotto nei pressi in una grande vasca colma d’acqua fino all’orlo. Uno dei due dottori spiegava all’altro una sua teoria per la quale se il pazzo veniva portato fino alle soglie della morte e poi lasciato in vita, la morte scampata avrebbe portato con sé anche la malattia. Quelle parole mi gelarono, decisi di uscire allo scoperto e rivelare chi ero veramente, ma non feci in tempo. Due aiutanti mi presero la testa e me la immersero con violenza nell’acqua mentre gli altri due mi tenevano ferme le gambe e le braccia. Rimasi un tempo incalcolabile con la testa sott’acqua, non resistevo più, i polmoni scoppiavano e il cuore batteva all’impazzata. Mi tirarono la testa su per lasciarmi prendere un po’ d’aria e poi continuarono ad affogarmi. L’esperimento durò un’eternità, così almeno sembrava alla mia mente devastata dalla paura, mi portarono realmente così vicino alla morte che mi sentì spacciato più di una volta. Quando finalmente decisero che poteva bastare mi portarono al cospetto dei due dottori, caddi ai loro piedi ansimante. Li sentivo fremere dall’impazienza, volevano un responso alla loro assurda teoria. Mi alzai in piedi ed iniziai a dondolare il busto fissandogli negli occhi e cercando di nascondere, per quanto fosse possibile, i miei sentimenti di odio nei loro confronti. Quando vidi il disappunto nelle loro facce cominciai a ridere forte, sempre più forte, e mentre i pugni e i calci degli aiutanti si abbattevano sul mio corpo sentivo in lontananza la risata dei pazzi della mia cella. Quella risata mi diede la forza di sopportare il pestaggio e fu allora che provai un sincero senso di amicizia per quegli uomini sfortunati. Era il pomeriggio del quinto giorno ed ero messo male. Bagnato, gonfio di botte e sanguinante, disteso a terra nella mia gabbia, tremavo. Ero sempre nudo, non avevo praticamente mai toccato cibo in quei giorni. Ero debole. Ma non avevo intenzione di dire chi fossi, almeno non subito dopo quello che mi avevano fatto, avrei aspettato ancora una notte, sperando nell’aiuto dei miei amici per la fuga, altrimenti il giorno dopo mi sarei arreso e avrei detto tutto. Con la possibilità, non troppo remota, di non essere creduto. Il vecchio, che mi aiutò il primo giorno, si alzò dal suo posto, che occupava per gran parte della giornata, e venne verso di me, mi porse due pezzi di stoffa, con uno mi asciugai dall’acqua e dal sangue e con l’altro mi cinsi la vita per coprire finalmente le mie nudità. Dissi grazie e lui con un cenno del capo mi sorrise poi tornò verso il suo angolo che nessuno sembrava osare occupare quando lui non c’era. Non sapevo come e perché faceva questo per me, ma in quell’inferno avevo trovato il mio angelo custode. Pochi minuti dopo che il rancio fetido venisse distribuito (diedi la mia ciotola, come ogni sera, ad un grassone senza denti che sembrava adorare quella sbobba) vidi entrare nella stanza il portinaio con un gruppo di uomini ed una donna. Ecco cosa mancava alla mia esperienza, l’essere visto da miei concittadini come un fenomeno da baraccone, come una belva in gabbia. Dopo questo il mio scopo poteva dirsi definitivamente raggiunto, il giorno seguente ma ne sarei andato, in un modo o nell’altro. Mi feci forza, mi alzai, e mi misi in bella mostra con la faccia attaccata alla grata. Incrociai lo sguardo della donna, che dopo avermi visto smise di sghignazzare e si fece seria, provando compassione, ma fu un attimo perché poi riprese a ridere ed a commentare le facce dei pazzi. In quel momento provai la sensazione di essere immerso completamente nella mia parte, ero entrato nel personaggio come il più consumato degli attori. Nemmeno quando ero stato umiliato e percosso avevo provato un così tale senso di affinità con i miei compagni di cella. Lo sguardo di pietà di quella donna stava per farmi urlare “Sì, sono pazzo e me ne vanto”. Un assurdo orgoglio di appartenenza ad una classe di sconfitti si impadronì di me. Ma le sorprese non finiscono qui perché gli avvenimenti che seguirono e che voi conoscete bene, cari lettori, cambiarono il finale di questa storia in una maniera ancora più spettacolare di quanto avevo immaginato. Uno dei visitatori, che gli altri chiamavano Imperatore, iniziò un discorso a voce alta. Parlava di riparare ad un’odiosa ingiustizia, a quell’ingiustizia che attribuiva ad alcuni il diritto di valutare lo spirito umano. L’imperatore disse di volersi battere contro chi decideva l’incarcerazione a vita a Bedlam, luogo che non poteva essere definito ospedale ma prigione. Quelle parole mi folgorarono, quell’uomo stava dicendo quello che pensavo anch’io ed a lui non erano serviti cinque giorni di follia per capirlo. Mi sentivo felice e scemo allo stesso tempo, ma non pentito della scelta fatta. Poi capii le sue intenzioni, voleva liberarci tutti, infatti, puntò una lama lunga e sottile al collo del portinaio e si fece dare le chiavi di tutte le celle ed urlò ai pazzi di uscire, mentre i suoi amici aprivano le porte delle gabbie. I miei compagni di sventura uscirono lentamente e si riversarono nel salone della stanza grande, ma nessuno si precipitò verso l’uscita dell’ospedale. Molti di loro erano rinchiusi da anni e l’esterno faceva ancora più paura del Bedlam. Trattenni a stento l’impulso di mettermi a correre verso l’uscita e mi comportai come gli altri, impaurito, un passo alla volta, rimasi in mezzo al gruppo. Ad un certo punto la donna si denudò il seno ed iniziò uno spettacolo di cui su queste pagine non posso riferire per non urtare il comune senso del pudore, ma credetemi, amici lettori, i pazzi seguirono la donna come tanti cagnolini dietro la propria padrona e l’Imperatore con una torcia in mano guidava il gregge verso l’uscita. Ero libero! Miei cari lettori, questa è la pura verità su quanto mi è accaduto in quei cinque terribili giorni. Qualcuno di voi affermerà che solo un vero pazzo può fingersi folle e farsi rinchiudere. All’inizio l’ho fatto soprattutto per voi, per farvi conoscere un luogo di Londra che pur essendo nel cuore della nostra città sembra non appartenerci, ma alla fine di quest’avventura posso dire che l’ho fatto anche per me. Ora ne so di più su quest’oscuro male che affligge alcuni di noi, so che chi soffre non deve essere umiliato e picchiato, non deve essere ritenuto una bestia ma trattato come un uomo, un essere umano, come me e come voi, cari amici. Perché la distanza fra uomo e animale è di gran lunga più marcata di quanto non lo sia quella fra un sano ed un pazzo. LeeBas Londra 11 Aprile 1776
22 maggio 2007 |
![]() Dettaglio da: "The Interior of Bedlam," da A Rake's Progress di William Hogarth, 1763. McCormick Library, Northwestern University Links:
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