El Cultural (Spagna) - Wu Ming ha scritto un romanzo epico che si avvicina al poema sinfonico

Recensione di Rafael Narbona apparsa su "El cultural", Spagna, il 7 luglio 2009

La Storia è la tensione del presente verso un futuro possibile. Le utopie incompiute non sono zavorra, ma la resistenza dello spirito, che non rinuncia a un mondo meno aspro e ingiusto. Solo Walter Benjamin ha elaborato una filosofia della Storia in cui l'escluso pretende di ritrovare la propria voce per cambiare il percorso del presente. Il Nord-America si sarebbe potuto costituire come sintesi tra spirito illuministico e cultura indigena, ma quel progetto non si sviluppò, per l'ambizione dei colonizzatori bianchi e delle grandi monarchie europee.

Quell'anomalia letteraria e culturale che ha scelto l'anonimato sotto il nome di Wu Ming (un gruppo di narratori italiani che lavorano in maniera collettiva e impersonale, con una poetica basata su una “cultura alternativa” che non conosce materiali spregevoli né generi minori), stavolta ha scelto come orbita narrativa le complesse alleanze tra le Sei Nazioni irochesi, la Gran Bretagna e la Francia nella disputa sul futuro dell'America coloniale. L'indipendenza degli Stati Uniti non rappresenterà soltanto il costituirsi di una nuove nazione, ma anche l'affermarsi egemonico di un nuovo concetto di rapporti tra l'uomo e la terra. Nel Nuovo Mondo, lo spirito illuministico, benché prodigo di successi in campo scientifico, si rivelò incapace di capire tradizioni incompatibili con la Ragione eppure forti di una sapienza millenaria. Il popolo irochese soffrì un orribile declino a causa delle bevande alcoliche introdotte dai bianchi, ma lo spirito dei suoi sciamani non era mera superstizione, bensì apertura al numinoso e al sacro. E il sacro non è l'onnipotenza del dio bianco, bensì la capacità di sentire il tocco dell'acqua nel letto di un fiume o l'impercettibile rumore delle montagne.

Wu Ming ha scritto un romanzo epico che si avvicina al poema sinfonico. Si potrebbe paragonare Manituana all'Eroica di Beethoven, in una versione intenzionalmente distorta a colpi di note stridenti e, naturalmente, senza l'esaltazione dei grandi geni politici che plasmano il cammino della storia. Si apprezza in particolar modo la nostalgia per un'utopia appena abbozzata e radicalmente incompiuta. Gli irochesi agiscono con brutalità, torturando e scalpando le loro vittime, ma prima della presenza dei bianchi accoglievano e adottavano i loro prigioniera, avendo in spregio la purezza dei lignaggi e tolleranza per il meticiatto. I ribelli che lottano per una nazione indipendente non nascondono il loro disprezzo per le tribù native. Nonostante si promuova l'evangelizzazione, i nuovi Stati sovrani, finalmente liberi dalla corono inglese, imporranno la segregazione come norma fondamentale di un'America bianca e protestante. La Lunga Casa, nome che designa le Sei nazioni irochesi, dovrà scegliere tra il dominio inglese e il francese [sic], ma entrambi i paesi la tradiranno. Quando si allontanano dalla loro terra diretto verso le Mille Isole (Manituana), gli irochesi dicono che “non c'è lutto per chi è capace di sognare”. A proteggerli vi sono armi e frontiere, ma il sogno è più resistente di qualunque fortilizio. E la morte è un'illusione: “non vi è distruzione per chi comprende la legge del tempo”.

A quanto pare, Wu Ming si è prefisso, con Manituana, di rispondere ai dubbi di molti statunitensi che, dopo l'11 Settembre, si domandavano: “Perché ci odiano?”. Forse il massacro di Wounded Knee, ultimo gesto di resistenza del popolo Sioux, potrebbe dissipare lo stupore di una nazione che forgiò la propria identità sullo sterminio delle culture native. L'attuale multiculturalismo sembra un atto di giustizia storica, in cui l'annientato ricompare con un potere indistruttibile. Manituana non è solo un romanzo, ma anche un sogno che intende rovesciare due secoli di dolore e isolamento.

31.07.09 · in recensioni